Pericolo "ICE"?

Pubblicato il 9 febbraio 2026 alle ore 13:30

Negli ultimi mesi l’ICE è tornata al centro del dibattito pubblico negli Stati Uniti e non solo. Da quale atto deriva la nascita di questo corpo speciale? Quali sono i suoi compiti? Stiamo davvero rischiando una America dittatoriale?

Di che si parla?

L'Immigration and Customs Enforcement (ICE) viene sempre più associato, nel discorso mediatico e sui social, a paragoni con apparati repressivi del passato europeo, richiamando immagini e retoriche legate alle milizie autoritarie del Novecento.

Questi accostamenti trovano origine nelle modalità operative dell'agenzia in una serie di interventi controversi che hanno suscitato indignazione, proteste e un rinnovato interesse verso il ruolo e i poteri di questo organo federale. Episodi recenti, talvolta con siti tragici, hanno alimentato interrogativi sulla proporzionalità dell'uso della forza e sulla tutela dei diritti civili anche in contesti che non coinvolgevano comportamenti violenti da parte dei cittadini. 

Per valutare se i parallelismi storici evocati nel dibattito pubblico siano fondati o eccessivi, è necessario fare un passo indietro: comprendere l'origine dell'ICE, il suo mandato istituzionale,  l'evoluzione dei suoi poteri e il contesto politico in cui opera. Solo così è possibile analizzare perchè, oggi, alcuni osservatori parlino di una possibile deriva autoritaria negli Stati Uniti.


Per diversi anni l’ICE rimase un’agenzia relativamente poco visibile nel dibattito pubblico. È durante l’amministrazione Obama che si registra un primo incremento significativo delle deportazioni, circostanza che portò alcuni osservatori e attivisti a soprannominare il presidente “Deporter in Chief”. Nonostante ciò, l’ICE continuava a operare all’interno di un quadro istituzionale relativamente stabile e con una limitata esposizione mediatica.

Un cambiamento più marcato si osserva a partire dalla prima amministrazione Trump. Dal 2017 l’ICE viene progressivamente valorizzata come strumento centrale della politica migratoria, con un ampliamento delle sue capacità operative e un confronto sempre più acceso con le cosiddette sanctuary cities, accusate dall’amministrazione federale di ostacolare l’applicazione delle leggi sull’immigrazione.

 

Origine dell'ICE

L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) nasce nel contesto delle profonde riforme della sicurezza interna statunitense successive agli attentati dell’11 settembre 2001. La sua istituzione non fu immediata: solo il 1° marzo 2003, in seguito all’approvazione del Homeland Security Act, l’ICE venne formalmente creata come parte del nuovo Dipartimento della Sicurezza Interna (Department of Homeland Security, DHS).

La riforma comportò lo smantellamento del precedente Immigration and Naturalization Service (INS) e la redistribuzione delle sue funzioni. All’ICE furono attribuite in particolare le competenze di applicazione coercitiva delle leggi sull’immigrazione, comunemente indicate come enforcement, affiancate da attività di contrasto ai traffici illeciti e ai crimini transnazionali.


Ritorno al Futuro ?!

Nel dibattito sulla pericolosità dell’ICE emerge spesso una domanda apparentemente semplice: è legittimo che un’agenzia percepita come “di confine” operi in modo esteso all’interno del territorio statunitense? Una lettura intuitiva del nome stesso dell’agenzia potrebbe suggerire una competenza limitata alle aree di frontiera; tuttavia, questa interpretazione non trova riscontro nel quadro giuridico federale.

Dal punto di vista normativo, l’ICE opera su tutto il territorio nazionale. Il diritto dell’immigrazione negli Stati Uniti rientra infatti nell’ambito del diritto amministrativo e non di quello penale, e le corti federali hanno storicamente riconosciuto allo Stato un margine di discrezionalità particolarmente ampio in materia di controllo migratorio. Questo assetto giuridico consente all’ICE di esercitare le proprie funzioni ben oltre le zone di confine, rendendo le sue operazioni formalmente compatibili con l’ordinamento vigente.

Ciò non significa, tuttavia, che tali pratiche siano prive di criticità. Numerose organizzazioni per i diritti civili e settori dell’opinione pubblica denunciano un crescente livello di tensione tra cittadini e agenti dell’ICE, legato alle modalità operative dell’agenzia. Il ricorso estensivo al concetto di “ragionevole sospetto” ha sollevato accuse di profilazione razziale, alimentando il timore che elementi come l’accento, l’aspetto fisico o l’origine etnica possano diventare fattori determinanti nei controlli.

È proprio questa ambiguità – tra legalità formale e legittimità percepita – a riaccendere il dibattito sulla tenuta dello Stato di diritto negli Stati Uniti. In un sistema che si presenta come baluardo delle libertà democratiche, l’espansione dei poteri di enforcement e la loro applicazione selettiva pongono interrogativi profondi sul rapporto tra sicurezza, diritti civili e identità democratica.


Le nostre conclusioni

Alcune figure politiche di primo piano hanno descritto l’ICE come una moderna Gestapo nelle mani di Donald Trump, come nel caso di Tim Walz, o hanno evocato il ricordo delle milizie fasciste europee, secondo quanto affermato dal senatore Jeff Merkley. Tali paragoni, per quanto forti e mediaticamente efficaci, meritano tuttavia una riflessione più approfondita.

Le camicie brune e le camicie nere furono i bracci armati di regimi apertamente autoritari, strumenti extralegali impiegati per reprimere il dissenso e consolidare il potere politico. L’ICE, al contrario, opera all’interno di un quadro normativo formalmente legittimato dal Congresso degli Stati Uniti e risponde, almeno sul piano giuridico, a un sistema di pesi e contrappesi istituzionali. Questa differenza è sostanziale e rende storicamente improprio un accostamento diretto con la Gestapo o con le milizie di partito del Novecento europeo.

Ciò non implica, tuttavia, che l’operato dell’ICE debba essere considerato automaticamente giusto o legittimo sul piano democratico solo perché conforme alla legge. La storia insegna che anche sistemi normativi formalmente validi possono produrre pratiche profondamente lesive dello Stato di diritto. Se una politica fondata sulla paura e sull’uso estensivo della forza diventa uno strumento ordinario di governo, il problema non è più solo giuridico, ma politico e morale.

In questo senso, la questione ICE va oltre i confini interni degli Stati Uniti. La credibilità americana come modello democratico viene osservata attentamente dai suoi principali competitor globali — dalla Cina alla Russia, fino a molti attori del Sud globale — pronti a evidenziare ogni contraddizione tra valori proclamati e pratiche adottate. È su questo terreno, più che su quello dei paragoni storici estremi, che si gioca oggi la vera posta in gioco.

(Immagini generate da AI e fornite da: unsplash.com, pexels.com e pixabay.com)


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